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Voglia di abiti puliti

© Campagna Abiti Puliti

BLOG AlterAzioni consapevoli – Gli abiti che indossiamo sono spesso realizzati da aziende in Paesi dove la manodopera costa poco e nel quale i diritti del lavoro e di tutela dell’ambiente sono meno rigidi. A indagare sulla qualità del settore tessile è AlterAzioni consapevoli nel numero dedicato al comparto nel quale analizza i risvolti sulla salute dei capi di bassa qualità e propone soluzioni per vestire nel rispetto delle persone e dell’ecosistema. Qui vi proponiamo l’intervista a Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti.

Viaggio nel cuore del tessile

Nata nei Paesi Bassi nel 1989, Clean Clothes Campaign si è diffusa in altri 16 Paesi europei, compresa l’Italia con la sezione Campagna Abiti Puliti. Una rete da sempre impegnata nella difesa dei diritti dei lavoratori dell’industria della moda e nel sensibilizzare l’opinione pubblica sulle condizioni delle persone attive del settore con importanti report. A illustrarci la situazione del comparto è Deborah Lucchetti, portavoce di Abiti Puliti.

Quali sono le principali problematiche dell’industria tessile?

Purtroppo le problematiche sono tante e strutturali. Una della più gravi riguarda il salario. Nel rapporto “L’Europa dello sfruttamento” abbiamo rilevato un salario medio in Serbia di 218 euro a fronte di un reddito minimo di sussistenza di 279 euro, in Ucrania rispettivamente di 96 e 166 euro, in Ungheria di 366 e 815 euro. In Asia, principale area della produzione mondiale, la situazione non è migliore. Le retribuzioni sono sotto la soglia della povertà, spesso la paga è a cottimo, i contratti sono inesistenti o inapplicati e i lavoratori sottoposti a minacce, in particolare le donne che rappresentano la maggioranza della manodopera. Oltre ad avere paghe inferiori, possono subire molestie psicologiche e fisiche. Gli altri grandi problemi sono sicurezza e tutela della salute. Le fabbriche sono molto pericolose. Si lavora a contatto con sostanze tossiche senza le necessarie protezioni, spesso non esistono uscite di sicurezza e non sussistono le condizioni igieniche adeguate. In uno stabilimento del Sudest asiatico si sono registrati svenimenti di massa dovuti al troppo caldo e all’assenza di un impianto di condizionamento. I turni di lavoro sono pesanti, con straordinari eccessivi e minacce di licenziamento continue. A volte si dorme in fabbrica e i bambini sono accuditi accanto alla macchina da cucire. Di fatto sussiste uno scarso rispetto delle leggi sul lavoro. Inoltre, scarso salario, precariato e insicurezza si ripercuoto sugli altri diritti, di fatto, impedendo ai lavoratori di vivere una vita dignitosa.

L’attività di Clean Clothes Campaign ha portato a risultati concreti?

Il lavoro svolto ha contribuito ad accrescere la presa di coscienza sulla realtà del settore. A sensibilizzare l’opinione pubblica è stata pure la tragedia del Rana Plaza dell’aprile del 2013, dove il crollo di una fabbrica tessile vicino a Dacca, nel Bangladesh, ha causato 1.134 vittime e più di 2.500 feriti. Un spartiacque nel settore che ha intensificato le nostre denunce. Da quel dramma siamo riusciti ad ottenere alcuni risultati importanti, come gli accordi storici sulla prevenzione degli incendi e per il risarcimento delle vittime con la partecipazione di tutti i soggetti coinvolti: Governo, ILO, sindacati, imprese e ONG. Intese non perfette, ma che rappresentano un passo fondamentale. Ma siamo consapevoli che ne servono molti altri. Il comparto tessile negli ultimi 30 anni si è sviluppato senza regole, scegliendo luoghi di produzione con minori vincoli legislativi in materia di diritti dei lavoratori, sicurezza e ambiente, dove i sindacati sono inesistenti o deboli. Cambiare questo stato di cose è difficilissimo.

La situazione è omogenea in tutto il mondo?

La situazione è critica ovunque, con le dovute differenze di contesto. Se in Bangladesh qualche miglioria si è raggiunta, su altri fronti è sempre molto difficile, e così in tutti i paesi di produzione. In Italia, dove si stanno verificando processi di rilocalizzazione, ciò avviene per il peggioramento delle condizioni lungo la filiera produttiva. La presenza di molte realtà manifatturiere piccole crea rapporti di sudditanza nei confronti della grande committenza. Ad aggravare la situazione è la consuetudine delle subforniture che fa perdere la traccia della filiera e nasconde nelle micro realtà lavoro nero, precariato e altre violazioni dei diritti dei lavoratori e delle norme sulla sicurezza.

Quale soluzione possibile?

Una precondizione fondamentale si chiama trasparenza. Dal 2017 abbiamo avviato la campagna “Segui il filo” chiedendo a 72 imprese informazioni su fornitori e subfornitori per favorire il rispetto dei diritti dei lavoratori e lo sviluppo delle pratiche di business responsabile. Di queste solo 17 sono risultate in linea con gli standard minimi imposti dell’iniziativa. Ora l’obiettivo è rendere la trasparenza della filiera un obbligo di legge. Una proposta già condivisa dal Parlamento europeo con l’approvazione nel 2017 di una risoluzione che chiede alla Commissione europea di avviare un iter per legiferare in merito. Inoltre, una legge che obbliga le imprese a vigilare sulle violazioni dei diritti umani, della salute, sicurezza e dell’ambiente dei propri fornitori e subfornitori è stata approvata in Francia nel 2017.

In attesa di una normativa più adeguata ha consigli da dare ai consumatori?

I consigli sono i soliti: informarsi e cercare alternative più sostenibili, per esempio nelle fiere dedicate . Ma soprattutto dare più valore a riciclo, riuso e ricondizionamento. Il mercato dell’usato consente anche di evitare di riempire le discariche di vecchi abiti, per lo più ancora buoni da indossare.

AlterAzioni Consapevoli

Articolo pubblicato sul numero dedicato al settore tessitle della rivista digitale AlterAzioni Consapevoli scaricabile gratuitamente qui

© Campagna Abiti Puliti

 

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