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Ascensore sociale

BLOG Cecigian – In Italia l’ascensore sociale non funziona, se non nella discesa nel vuoto come allude la vignetta di Cecigian. Lo conferma il rapporto Istat 2017 che fotografa un Paese dove i figli delle famiglie agiate possono contare su migliore istruzione e lavori più qualificati, spesso ereditato dai genitori. Per contro, i discendenti dei nuclei poveri sono costretti più spesso all’abbandono scolastico e a un impiego precario. Le variazioni di ceto ci sono, ma avviane soprattutto verso il basso. I fuoriusciti dalla classe media si dirigono soprattutto verso i nuclei disagiati, malgrado un’economia in crescita, pur se contenuta. L’effetto è l’aumento delle diseguaglianze e della popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale, pari al 28,7% delle persone, un dato inaccettabile per una delle nazioni del mondo ricco. Dalle statistiche del rapporto Istat emergono altri elementi di interesse. Siamo un popolo sempre più vecchio e in decrescita, con giovani in difficoltà nella ricerca di occupazione, con un crescente divario tra Nord e Sud del Paese e con retribuzioni medie reali ancora inferiori ai livelli precrisi del 2007. Per avere una visione generale del mutamento italiano vi riportiamo alcuni dati del dossier ricordandovi che potete trovare maggiori dettagli sul sito dell’istituto di ricerca.

Rapporto Istat 2017 (estratto tratto da Focus per i media)

Economia

– Nel 2016 il Pil italiano è cresciuto dello 0,9% (+3,1% nel mondo)

– La modesta performance italiana nel corso degli anni Duemila (il Pil è cresciuto meno che negli altri paesi europei) è da ricercare in una prolungata stagnazione della produttività. Il ritardo che l’Italia ha accumulato su entrambi i terreni è ampio: nel periodo 2000-2014 la produttività totale dei fattori è diminuita del 6,2%, il Pil pro capite del 7,1%.

– Nel 2016 i consumi finali nazionali hanno proseguito l’espansione (+1,2% da +1,0% del 2015).

– La spesa mensile per consumo, pari in media a 2.499 euro nel 2015, va da un minimo di 1.697 euro per le famiglie a basso reddito con stranieri a un massimo di 3.810 euro mensili per la classe dirigente.

– L’inflazione ha registrato una leggera variazione negativa (-0,1%)

Famiglie e reddito

– Famiglie a basso reddito: sono 8,2 milioni di famiglie (31,7% delle famiglie residenti in Italia) per un totale di 22 milioni di persone (36,3%)

– Famiglie a reddito medio: sono 8,7 milioni di famiglie (34,0%) per un totale di 16,7 milioni di persone (27,5% della popolazione).

– Famiglie benestanti: sono 8,8 milioni di famiglie (34,3%) per un totale di 22 milioni di persone (36,2%)

Reddito

– Dall’anno pre-crisi 2007 al 2016, le retribuzioni medie totali in termini reali sono diminuite dell’1,1% nell’intera economia. Questa tendenza nasconde rilevanti differenze settoriali: +8,5% nell’industria, -4,0% nei servizi e -7,9% nelle Amministrazioni pubbliche.

– L’effetto di ricomposizione occupazionale che, a causa della crisi economica, ha sperimentato una polarizzazione nelle sue dinamiche vede aumentare complessivamente del 14% gli occupati nelle professioni a basso reddito (fino a oltre il 25% per le professioni non qualificate) e del 4% in quelle ad alto reddito, mentre quelle a medio reddito hanno segnato una contrazione dell’11%.

– Risale l’indicatore di grave deprivazione materiale (11,9% da 11,5% del 2015). Particolarmente critica la condizione dei genitori soli, soprattutto se hanno figli minori, e quella dei residenti nel Mezzogiorno.

– Nel 2015, le persone a rischio di povertà o esclusione sociale sono il 28,7%. Tra coloro che vivono in famiglie con almeno un cittadino straniero la quota è quasi doppia (49,5%) rispetto a chi vive in famiglie di soli italiani (26,3%).

Lavoro

– Nel 2016 la crescita del numero di occupati in Italia prosegue (+1,3% contro un +1,6% della UE), raggiungendo quota 22,8 milioni, un livello inferiore di 333 mila unità se confrontato con quello del 2008.

– L’aumento del tasso di occupazione prosegue a un ritmo simile a quello dell’Ue, è al 57,2% nel 2016 (+0,9 punti percentuali sul 2015), un valore lontano dalla media europea, soprattutto per la componente femminile (61,4% e 48,1%).

– Nel 2016 per la prima volta dall’inizio della crisi aumentano gli occupati di età compresa tra i 15 e i 34 anni (+0,9%). La crescita riguarda anche il corrispondente tasso di occupazione (39,9%, +0,7 punti percentuali) che tuttavia rimane di oltre dieci punti sotto il livello del 2008.

– Nel 2016 il numero dei disoccupati diminuisce dello 0,7% sul 2015. Il corrispondente tasso scende dall’11,9% all’11,7% (nella UE è dell’8,6%), ma è aumentato di due decimi nelle regioni meridionali e insulari (19,6%).

– Il tasso di mancata partecipazione continua a ridursi, attestandosi al 21,6% dal 22,5% di un anno prima, un valore ancora molto lontano da quello della media Ue (11,7%). Se si sommano i disoccupati e le forze di lavoro potenziali, le persone che vorrebbero lavorare ammontano a poco meno di 6,4 milioni.

– Per il terzo anno consecutivo si riduce il numero degli inattivi tra i 15 e i 64 anni, giunto a 13,6 milioni di unità.

– Le retribuzioni contrattuali per dipendente sono aumentate dello 0,6% nel 2016, in ulteriore rallentamento rispetto all’anno precedente (+1,2%).

– La produttività del lavoro ha continuato a diminuire nel 2016 (-1,1% sull’anno precedente), a fronte di un aumento del costo medio del lavoro per unità di prodotto (+1,1%).

– Nelle imprese esaminate (con oltre 100 addetti e 50 milioni di fatturato) i top manager hanno meno di 40 anni solo nel 3,7% dei casi, nei tre quarti hanno la laurea e appena il 12,2% è donna.

Giovani

– Nel 2016, i giovani di 15-29 anni non occupati e non in formazione (Neet) scendono a circa 2,2 milioni (-135 mila, -5,7% rispetto al 2015) mentre la corrispondente quota sui giovani della stessa classe di età si attesta al 24,3% (-1,4 punti percentuali sul 2015). La condizione di Neet continua a essere più diffusa, oltre che tra le donne, nelle regioni meridionali e tra i giovani che vivono ancora nella famiglia d’origine (che sono i tre quarti).

– Le opportunità di inserimento nel mondo del lavoro de i giovani di 15-34 anni sono molto condizionate dalle caratteristiche del nucleo di origine: svolgono una professione qualificata il 7,4% dei giovani nelle famiglie a basso reddito con stranieri e il 63,1% di quelli della classe dirigente. I giovani della famiglie agiate studiano più a lungo, quelli delle famiglie più povere hanno più abbandoni scolastici e precarietà lavorativa.

– Il 40% dei figli in famiglie con un livello d’istruzione basso non va oltre la licenza media, mentre poco più di uno su dieci riesce a ottenere un titolo universitario. All’opposto, l’incidenza dei titoli di licenza media è meno del 4% tra i figli dei laureati che hanno un titolo di studio universitario in oltre il 60% dei casi.

– L’incidenza di giovani laureati tra i 25 e i 34 anni con almeno uno dei genitori con titolo universitario, pari in media al 27%, raggiunge livelli assai più elevati tra quanti conseguono una laurea nell’area scientifica (42,2%), in quella giuridica (41,0%) o in architettura (31,9%). La notevole quota di questi giovani con almeno un genitore laureato nell’area giuridica e in architettura lascia intravedere l’azione di processi di “ereditarietà professionale” sulle scelte formative.

– Il fenomeno degli abbandoni scolastici e formativi interessa il 13,8% dei giovani tra 18 e 24 anni ma le percentuali sono più alte tra i giovani che fanno parte delle famiglie a basso reddito con stranieri, delle anziane sole e giovani disoccupati e delle famiglie a basso reddito di soli italiani (30,8%, 19,8% e 19,0%). Questi stessi gruppi presentano anche le incidenze più elevate di Neet, che raggiunge il massimo del 41,7% tra i giovani del gruppo anziane sole e giovani disoccupati.

Diseguaglianza

– Alla fine del lungo periodo di crisi la diseguaglianza è aumentata nella maggior parte dei paesi europei. Le difficili condizioni dell’economia hanno influito in particolare sui livelli di diseguaglianza dei redditi di mercato (lavoro e capitale). Solo l’intensificarsi dell’azione redistributiva pubblica ha mitigato l’incremento della diseguaglianza dei redditi disponibili, ma l’intervento pubblico per la ridistribuzione in Italia è risultato tra i più bassi in Europa.

– I gruppi sociali che si collocano sulle code della distribuzione del reddito disponibile registrano i maggiori vantaggi e svantaggi distributivi. Da un lato, per le famiglie più povere la somma di tutti i redditi delle persone appartenenti al gruppo rappresenta una quota sul reddito complessivo sensibilmente inferiore alla quota di popolazione (rispettivamente -3,7 punti e -3,1 punti percentuali); dall’altro, nei gruppi della classe dirigente e delle pensioni d’argento si registrano i vantaggi distributivi più consistenti (le quote di reddito e di popolazione differiscono rispettivamente di 5,3 e 2,9 punti).

– Sono le famiglie a basso reddito con stranieri e quelle tradizionali della provincia le più colpite dagli effetti della recessione.

– Persiste il dualismo territoriale del Paese: nel Mezzogiorno sono più diffuse le situazioni di disagio, con una maggiore presenza di famiglie senza occupati o disoccupati (22,2% rispetto al 13,9% del totale Italia) o di famiglie in cui l’unico occupato ha un lavoro atipico (13,9% contro 10,9%). Al Centro-nord prevalgono i gruppi sociali a medio o alto reddito, anche se le famiglie a basso reddito con stranieri risultano prevalentemente collocate nelle zone settentrionali del Paese.

Popolazione

– L’invecchiamento della popolazione è uno degli aspetti demografici che contraddistinguono il nostro Paese nel contesto internazionale. Al 1° gennaio 2017 la quota di individui di 65 anni e più raggiunge il 22%.

– Dal 2008 al 2017 aumenta l’età media della popolazione italiana (da 43,7 a 45,9 anni) e straniera (31,1 a 34,2 anni)

– Nel 2016 si registra un nuovo minimo delle nascite (474 mila). La differenza tra nati e morti segna nel 2016 il secondo maggior calo di sempre (-134 mila), dopo quello del 2015.

– Al 1° gennaio 2017, i cittadini stranieri residenti in Italia sono stimati pari a poco più di 5 milioni. La collettività rumena è la più numerosa (quasi il 23% degli stranieri in Italia) davanti ad albanesi (9,3%) e marocchini (8,7%).

– Nel 2016 l’incremento degli stranieri residenti è molto modesto, 2.500 in più rispetto all’anno precedente. Al 1° gennaio 2016 i cittadini non comunitari con un regolare permesso di soggiorno sono poco meno di 4 milioni.

– I permessi per asilo e motivi umanitari attualmente rappresentano quasi il 10% dei permessi con scadenza (esclusi quindi quelli di lungo periodo), il doppio rispetto al 2013.

Salute

– Servizi sanitari: la quota di persone che hanno rinunciato a una visita specialistica negli ultimi 12 mesi, perché troppo costosa, è cresciuta tra il 2008 e il 2015 da 4,0 a 6,5% della popolazione; il fenomeno è più accentuato nel Mezzogiorno (da 6,6 a 10,1%).

– Tra i gruppi sociali le diseguaglianze nelle condizioni di salute sono notevoli. Nel gruppo della classe dirigente tre quarti delle persone si dichiarano in buone condizioni di salute, mentre in quello più svantaggiato di anziane sole e giovani disoccupati la quota scende al 60,5%.

– Tra gli uomini oltre uno su due è in eccesso di peso mentre tra le donne il rapporto scende a una su tre.

– Nel 2016, quattro persone su dieci di 3 anni e più non praticano sport né attività fisica nel tempo libero. Le donne sono più sedentarie degli uomini (43,4% contro 34,8%).

– Nel 2016, il 64,2% della popolazione di 11 anni e più dichiara di aver consumato almeno un tipo di bevanda alcolica nell’anno. Il 21,4% consuma bevande alcoliche tutti i giorni, il 43,2% consuma in maniera più occasionale.

Partecipazione e cultura

– Alla vita politica del Paese partecipano più attivamente gli appartenenti alla classe dirigente (14,8%) e alle famiglie di impiegati (11,6%). La partecipazione è invece al minimo (4,9%) nelle famiglie degli operai in pensione.

– L’esclusione culturale raggiunge il massimo nelle famiglie a basso reddito con stranieri in cui una persona su due non svolge alcuna attività culturale.

– La lettura è un’abitudine che presenta una forte differenziazione per gruppo sociale: è saldamente radicata nei gruppi ad alto reddito (il 51,6% della classe dirigente) e scende vertiginosamente nei gruppi a basso reddito (il 12,4% delle famiglie con stranieri, il 13,7% delle famiglie di soli italiani).

Vignetta di Cecigian

Sito: cecigian.blogspot.it

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Un commento su “Ascensore sociale

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Questa voce è stata pubblicata il 19 maggio 2017 da in Blog con tag , , , , , , , , , .
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