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Burocrazia rinnovabile

BLOG Stop fonti fossili! – Facile dire ‘stop alle fonti fossili, installiamo energie pulite e rinnovabili’. Facile, moderno, e attraente: lascia intravedere un ambiente salubre, aria pulita, paesaggi incontaminati, famiglie felici e aziende che producono ricchezza senza inquinare. Questa, perlomeno, è l’immagine che, complice la pubblicità, affiora nell’immaginario collettivo quando si pensa ad un futuro in cui tutto sarà green e dove petrolio, gas e carbone saranno rimpiazzati da sole, acqua e vento. In realtà le cose sono molto più complicate di come appaiono in uno spot pubblicitario, ma indiscutibilmente l’appeal delle nuove fonti di energia in contrapposizione ai combustibili fossili è forte, ed è la ragione per cui lo slogan che dà il nome a questo blog trova sempre più terreno fertile e orecchie attente e interessate.

In questo scenario di apertura alle innovazioni positive (chi potrebbe sostenere che le energie rinnovabili non lo sono?), ci si aspetta che chi abbia voglia di passare dalle chiacchiere e dalle buone intenzioni ai fatti possa camminare su tappeti rossi che si srotolano sulla sua strada, o perlomeno si trovi ad interagire con delle controparti che facciano del loro meglio per facilitare in concreto una transizione che si preannuncia decisiva per le sorti della civilizzazione umana. Non parlo dei governi, naturalmente: non è un mistero che la distanza che separa le dichiarazioni di principio di buona parte della classe politica italiana dalla loro attuazione pratica è di parecchi anni luce. Mi riferisco piuttosto ai corpi intermedi della società, a quella miriade di enti, organismi, autorità, composti da persone in carne ed ossa, conoscitori, ognuno per la sua parte, degli ingranaggi tecnici e amministrativi che muovono le società avanzate, a cui è demandato il compito di tradurre leggi, regolamenti, decreti e delibere in processi chiari, trasparenti ed efficaci. Nella latitanza della politica, è da costoro che ci si aspetta la collaborazione necessaria a far cambiare le cose in meglio. E in effetti, il più delle volte le persone in carne ed ossa sanno ascoltare e non si tirano indietro.

Ma il diavolo, si sa, si nasconde nei dettagli, ed è abilissimo nell’infiltrarsi nei gangli vitali di quel mostro invisibile e pervasivo chiamato Burocrazia, che come è noto ha sempre un problema per ogni soluzione.

Questo mostro è il protagonista indiscusso della vicenda, non ancora conclusa, che sto vivendo sulla mia pelle e di cui voglio condividere le tappe che si sono succedute fino ad oggi.

Antefatto. Sul tetto della casa dove abito ho installato nel 2008 un impianto fotovoltaico da 2,9 kWp, usufruendo degli incentivi del II Conto Energia. A distanza di otto anni, animato dal desiderio di investire in resilienza e mosso dal duplice obiettivo di ridurre al minimo i prelievi dalla rete elettrica e di disporre di un surplus di potenza per la ricarica domestica di un’auto elettrica (per ora solo vagheggiata), ho deciso di realizzare un’espansione dell’impianto, aggiungendo ulteriori 10 moduli per complessivi 2,6 kWp collegati ad un sistema di accumulo con batterie al litio da 5,9 kWh utili, in modo da utilizzare di sera e in assenza di sole l’energia immagazzinata nella batteria. Ero preparato al fatto che l’aggiunta di una nuova sezione all’impianto esistente avesse potuto creare problemi, non fosse altro perché l’energia prodotta dai nuovi moduli non sarà incentivata come lo è quella dei moduli preesistenti. Difatti, in casi come questo si rende necessario contabilizzare separatamente l’energia prodotta dalla nuova sezione mediante l’installazione di un ulteriore contatore. Vabbè, mi sono detto, ci può stare, dopotutto non sembra una grossa complicazione. Dunque, selezionati il fornitore e l’installatore, concordati i diversi componenti e la configurazione dell’impianto, approvato il preventivo di spesa, decisa la collocazione dei moduli, dell’inverter e della batteria, firmato il mandato di rappresentanza, consegnati i documenti al tecnico, abbiamo finalmente dato inizio alle danze. Quello che segue è la cronistoria degli eventi.

21 novembre: dopo aver richiesto ed ottenuto una casella PEC personale, invio al Comune la CIL (Comunicazione di Inizio Lavori) compilata e firmata tramite PEC. Che bella invenzione la PEC, mi sono detto, posso evitare di andare di persona in Comune a far protocollare la pratica. Dai, è un buon inizio, promette bene!

22 novembre: effettuo un bonifico di € 36,60 ad e-distribuzione, società del Gruppo Enel che gestisce la distribuzione di energia elettrica sul territorio, a titolo di corrispettivo per l’ottenimento del preventivo per la connessione. Cioè, in pratica, si paga per farsi dire quanto si deve pagare… Nessuna meraviglia: è l’Italia, bellezza!

4 gennaio: l’installatore completa il montaggio dell’impianto: i moduli sul tetto, l’inverter, la centralina degli ottimizzatori e la batteria a terra, ed effettua il test con esito positivo: con un’oretta di tiepido sole invernale la batteria si è già caricata del 30%! Per il momento posso però solo rimirare con soddisfazione i miei apparati nuovi di zecca, che non possono entrare in funzione fino all’allaccio: infatti, se si accende l’inverter il contatore di scambio contabilizza l’energia prodotta come energia prelevata dalla rete, e ovviamente la fa pagare. Come a voler minacciosamente ricordare che ogni soluzione fai-da-te in Italia è severamente proibita.

24 gennaio: l’ingegnere incaricato dall’installatore, dopo aver speso ore al telefono, rimbalzato da un numero all’altro alla disperata ricerca di informazioni sulle procedure di allaccio degli impianti fotovoltaici, e altre ore davanti al computer al lavoro sulla pratica, presenta ad e-distribuzione la richiesta di connessione alla rete.

26 gennaio: l’ingegnere invia ad e-distribuzione l’addendum tecnico relativo al sistema di accumulo, e mi scrive “ora dovranno risponderci dicendo che la richiesta è stata formulata correttamente e quindi l’iter della pratica potrà proseguire”. Sembra un po’ tortuoso, ma va bene lo stesso.

27 gennaio: la richiesta di connessione è stata accettata: questo in estrema sintesi il contenuto della lettera di 11 pagine inviata da e-distribuzione, con la quale si comunica inoltre il preventivo di spesa “per la realizzazione della connessione”. Si tratta di un ulteriore contributo di € 229,82 che provvedo repentinamente a versare mediante bonifico. Da notare che la stessa lettera recita: “le comunichiamo che non sono previsti lavori per la realizzazione della connessione”, il che fornisce la certezza che la somma richiesta non è altro che uno degli innumerevoli balzelli da corrispondere per foraggiare il poderoso apparato burocratico che sostiene il nostro Paese.

11 febbraio: sono trascorsi 40 giorni dall’installazione ma ancora nulla si muove. Decido di sollecitare l’evasione della pratica inviando una cortese email al funzionario di e-distribuzione. Nessuna risposta. L’ingegnere però mi fa sommessamente notare che Enel non può ancora effettuare l’allaccio perché parallelamente occorre agire sulle altre due piattaforme oltre a quella di e-distribuzione, e cioè Terna (il gestore della rete di trasmissione nazionale) e GSE (Gestore dei Servizi Energetici). Per operare su di esse è stato necessario recuperare i codici dell’impianto del 2008 e ottenere nuove credenziali di accesso ai portali, giacché quelle preesistenti erano in possesso della ditta, oggi non più in attività, che ha realizzato l’impianto otto anni e mezzo prima. Segnale chiarissimo di quanto sia in buona salute il settore oggi…

18 febbraio: Dopo aver compilato, firmato, scannerizzato ed inviato un po’ di moduli, si riesce ad ottenere le nuove credenziali. L’ingegnere apporta le modifiche necessarie sul portale Terna e informa Enel. Forse ci siamo…

2 marzo: tutto tace, quindi decido di telefonare al numero verde di e-distribuzione per avere informazioni sullo stato della pratica. Con mio stupore, mi viene detto che la domanda è ferma perché deve essere approvato il Regolamento di Esercizio. Chiedo lumi all’ingegnere, il quale mi spiega che il problema risiede nell’addendum tecnico allegato alla richiesta di allaccio, che non consente la corretta elaborazione del regolamento. Si tratta di un file Excel con celle bloccate che, una volta compilato, ha restituito un valore di potenza nominale dell’impianto errato perché non corrispondente alla somma delle potenze delle due sezioni dell’impianto. Evidentemente il portale ha recepito la presenza del sistema di accumulo come un’anomalia. Si rende dunque necessario forzare il sistema per correggere l’errore. Passano altri giorni, la primavera incombe, e il sole splende implacabile sui miei moduli fotovoltaici ancora tirati a lucido. Sono sufficienti 8 minuti e mezzo all’energia radiante generata dalla nostra stella per giungere sulla Terra e incidere sui pannelli, ma non bastano due mesi per poterla usare.

8 marzo: corretto l’errore grazie all’intervento del funzionario Enel, si può inviare tramite portale il Regolamento di Esercizio. Non perdo le speranze.

12 marzo: scrivo un’altra email di sollecito al funzionario Enel. Mi azzardo ad auspicare che “la sua società ponga in essere maggiori sforzi per sostenere i produttori di energie rinnovabili rimuovendo le numerose barriere di ordine burocratico che ostacolano e allungano i tempi dei nuovi allacci”. Ma sono solo parole, e io ho bisogno di fatti.

14 marzo: e-distribuzione comunica la validazione del Regolamento di Esercizio dell’impianto. Diamine, forse stavolta ci siamo davvero! Ora aspettiamo con ansia che ci comunichino la data dell’allaccio con la posa in opera del contatore di produzione.

22 marzo: è passata un’altra settimana. L’alta pressione, e con essa il bel tempo, continua ad imperversare sull’Italia centrale. L’equinozio di primavera porta i raggi solari ad incidere in modo pressoché perpendicolare sui nuovi pannelli fotovoltaici posti sulla falda a sud del mio tetto, che però sono ancora lì quiescenti, come ottenebrati dalla burocrazia. Inatteso, arriva il colpo di scena: Enel, nuovamente sollecitata dall’ingegnere, sostiene che l’ulteriore ritardo non dipende da loro. Comincio ad innervosirmi sul serio…

23 marzo: l’ingegnere scopre che l’ennesimo intoppo era causato da Terna, che non ha reso esercibile l’impianto. Con ciò facendomi riflettere su come la burocrazia goda del nutrirsi di un linguaggio tutto suo, comprensibile solo ai suoi adepti, fatto di parole che non si trovano sul vocabolario (nello specifico, provare per credere). Perché altrimenti sarebbe troppo facile dialogare con essa.

24 marzo: l’ingegnere chiama Terna, che prontamente, bontà sua, mette l’impianto in stato di esercibilità (parola affascinante, ammettiamolo). Poi chiama il funzionario Enel, che riferisce che lunedì, dopo aver verificato che Terna ha ottemperato, predisporrà l’intervento tecnico per la connessione.

*********

Fin qui i fatti. La vicenda, come si è letto, non si è ancora conclusa, e non si può dire come e quando si concluderà. Tutto può ancora succedere. Sono preparato finanche al peggio, ad esempio che l’allaccio non può essere effettuato per qualche insanabile vizio all’origine. Più probabilmente, potranno esserci solo altri ritardi. Ma in fin dei conti non è così importante se la connessione avverrà fra una settimana o un mese, del resto la quantità di combustibili fossili risparmiata se la mia pratica si fosse conclusa a gennaio anziché a marzo o aprile è un infinitesimo di quella bruciata ogni giorno sulla Terra.

Alcune domande, però, sgorgano spontanee come acqua di fonte: tutto ciò è normale? ha un benché minimo senso? L’esigenza di garantire la sicurezza e la stabilità della rete elettrica può giustificare delle procedure così inafferrabili e farraginose anche quando riguardano impianti di produzione di tipo domestico? Io credo di no, ma non sono il solo a pensarla così. Non è accettabile che un piccolo prosumer debba interagire contemporaneamente con tre diversi enti che non comunicano fra di loro se non per il tramite del richiedente. E’ altresì palese che la rigidità delle procedure di dialogo con i diversi portali web non è compatibile con la grande varietà di configurazioni possibili degli impianti, conseguenza della rapida evoluzione delle tecnologie di produzione e di accumulo. Con tutta evidenza, tali storture derivano dal trovarsi ad operare in una fase delicata e difficile di transizione fra un sistema di produzione elettrica centralizzato a uno basato sulla generazione distribuita, ed è altrettanto evidente che questo passaggio epocale è contrastato dai poteri consolidati, che traggono profitto dall’immutabilità dell’attuale stato di cose. Ma ovviamente nessun membro del governo vi dirà mai che vuole ostacolare la diffusione del fotovoltaico in Italia, semplicemente perché non ce n’è bisogno. Il lavoro sporco è infatti svolto in modo tanto egregio quanto subdolo dalla burocrazia, che frappone paletti a non finire con l’unico scopo di scoraggiare ciò che invece andrebbe stimolato e sostenuto a tutti i livelli. Il risultato di una tale politica, o meglio di una tale assenza della politica, è che da tre anni il settore fotovoltaico (per non parlare dell’eolico, continuamente osteggiato in nome di una malintesa idea di tutela del paesaggio) è fermo, come testimoniato dai freddi numeri diffusi dal GSE. E il dramma è che questo accade in una fase storica in cui la crescita delle rinnovabili dovrebbe avvenire con percentuali a due cifre per anno per tentare di scongiurare gli effetti più nefasti dei cambiamenti climatici.

Dunque, che fare? Per come la vedo, intanto non dobbiamo mai darla vinta alla burocrazia, sfruttando tutti gli spazi di manovra consentiti per stare con il fiato sul collo agli enti preposti, se necessario sommergendoli di email (meglio se certificate, in quanto aventi valore legale), telefonate e quant’altro. E’ faticoso, ma spesso dà i suoi frutti.

Ma soprattutto, è necessaria una mobilitazione che porti a modernizzare e semplificare l’attuale quadro normativo che ingabbia l’intero settore delle nuove fonti di energia, opprimendolo con lacci e lacciuoli che non hanno alcuna ragione d’essere se non quella di rispondere ad inconfessabili volontà legate al mantenimento dello status quo. Il mondo politico che da decenni blatera di deregulation e di libero mercato dovrebbe essere in prima linea per sostenere un’autentica liberalizzazione nel mercato dell’energia, che oggi non riguarda tanto la distribuzione quanto il cuore stesso del sistema, ovvero la generazione: la molteplicità di piccoli produttori che sta alla finestra sperando di entrare in partita mettendo a disposizione energia pulita prodotta localmente grazie al sole e al vento deve poter scegliere a chi venderla e non essere obbligato a soggiacere a procedure allucinanti per connettersi con la rete di trasmissione nazionale. Sarebbe questa la vera svolta che dopo la fine degli incentivi può rimettere in moto un settore così importante per il Belpaese, povero di petrolio ma così ricco di sole.

L’occasione per rivendicare con forza il diritto di produrre, scambiare e vendere energia rinnovabile senza l’obbligo di connessione alla rete nazionale viene da una petizione promossa da Fabio Roggiolani, già firmata al momento in cui scrivo da quasi 8000 persone, che chiede al Presidente del Consiglio il ripristino dei sistemi di distribuzione chiusi per rompere “un sistema basato su forme di oligopolio che scaricano sui costi energetici di ognuno di noi le loro inefficienze, i loro gigantismi organizzativi, i loro sprechi”.

Insieme possiamo farcela: non permettiamo che la burocrazia sommerga con timbri e bolli il sogno di un futuro pulito, ma proviamo noi per una volta a sommergerla con le nostre firme.

Stefano Ceccarelli, Stop fonti fossili!

P.S.: l’epilogo della vicenda è riportato qui

 

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