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A Life in Death

Howie le chiama le sedie “di lui e di lei”. Siede al fianco di Laurel, sua moglie da 34 anni, durante la loro seduta settimanale di chemoterapia, presso l’ambulatorio dell’oncologo, il dottor Berry. Greenwich, Connecticut. Gennaio, 2013. © Nancy Borowick.

Howie le chiama le sedie “di lui e di lei”. Siede al fianco di Laurel, sua moglie da 34 anni, durante la loro seduta settimanale di chemoterapia, presso l’ambulatorio dell’oncologo, il dottor Berry. Greenwich, Connecticut. Gennaio, 2013. © Nancy Borowick.

FOTOGRAFIA FPmag – Toccante. È forse questo il primo aggettivo che viene in mente ripensando alla mostra di Nancy Borowick allestita presso l’Ex Chiesa dell’Angelo di Lodi nell’ambito della sezione espositiva Spazio Approfondimento, organizzata dal Festival della Fotografia Etica in occasione della sua settima edizione. A Life in Death è infatti un reportage che narra la storia di una famiglia, quella dell’autrice, e che documenta uno dei periodi più duri che lei stessa, e con lei l’intero nucleo famigliare, si è trovata ad affrontare, ovvero la malattia e la morte dei genitori. Una storia dura, che parla di amore, di vita e di morte. E di come sia possibile guardare in faccia quest’ultima senza cedere al terrore, proseguendo uniti su una strada lastricata di dolore e difficoltà, di gioie inattese e di messaggi profondi, passo dopo passo.

Howie e Laurel Borowick hanno infatti combattuto contro un tumore in stadio avanzato nello stesso periodo. Una lotta che hanno condotto fianco a fianco, sostenendosi e prendendosi cura non solo l’uno dell’altro ma dell’intera famiglia, e che la figlia ha documentato in ogni suo risvolto fino al tragico epilogo. Howie è stato il primo ad andarsene, è morto il 7 dicembre del 2013, esattamente un anno e un giorno dopo che i medici gli avevano diagnosticato il tumore. Dopo una vita trascorsa insieme, Laurel si ritrova così improvvisamente sola, vedova, nel tunnel di una malattia che segna i destini di chi la fronteggia senza lasciare troppo spazio alla speranza. Da quel momento i suoi sforzi triplicano, ma la sua energia si affievolisce sempre di più e, con lei, la spinta vitale. Ma nonostante il lutto, l’aggravarsi delle condizioni della madre, il dolore e le avversità che le si riversano addosso senza sosta, Nancy non smette di fotografare.

La morte del padre segna una sorta di frattura nel suo racconto per immagini. Quasi una pausa, un punto che assume la forma di una bara in primo piano e di una moltitudine di persone allineate tra i banchi di una sinagoga. Da qui in poi il tempo narrativo rallenta, cambiano i toni e le inquadrature. Le immagini si fanno via via più cupe, ravvicinate, rivelando tutto il peso di un’assenza difficile da gestire per tutta la famiglia, ma soprattutto per Laurel che, sempre più stremata dagli effetti della malattia, si spegne il 6 dicembre 2014. Nancy segue la madre fino all’ultimo istante, con il cuore della figlia e l’occhio rispettoso della vera professionista. Uno scatto del petto di Laurel ormai quasi del tutto incapace di sollevarsi per lasciar posto al respiro, poi di nuovo la foto di una bara in sinagoga, realizzata dallo stesso angolo di ripresa e con più o meno le stesse persone dall’altra parte. Il tempo narrativo cambia ancora, i toni si aprono: Howie e Laurel Borowick non ci sono più, ma il loro lascito ai figli è grande abbastanza da permettere loro di fare i conti con il vuoto.

Toccante e struggente, come negarlo. Tuttavia non è tra le lacrime che si ritrova il senso più autentico e profondo di questo lavoro, nato dalla necessità intima dell’autrice di aggrapparsi alla scrittura fotografica per far fronte al dolore. Come spiega lei stessa nel testo introduttivo della mostra, e più dettagliatamente nel video pubblicato in apertura, “ho fotografato i miei genitori per mantenere viva la loro memoria e per catturare la loro essenza e forza in un momento così triviale. Tutti vogliono trovare uno scopo nella loro vita. Il fine ultimo dei miei genitori si è realizzato in questo momento, nel dono che mi hanno fatto di poter raccontare la loro storia, una storia d’amore, la storia della nostra famiglia e l’eredità morale che hanno lasciato. Quando il tempo si ferma, qual è stato lo scopo di tutto ciò? Lo hanno fatto per noi”. Quasi un testamento, dunque, un’eredità che a noi, meri spettatori di questa storia, permette di riflettere su profonde questioni esistenziali, e su quel filo rosso che unisce le parole memoria e fotografia.

Stefania Biamonti –FPmag

Galleria fotografica, video intervista a Nancy Borowick, link ai siti del Festival di Fotografia Etica e dell’autrice sono visibili qui

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Questa voce è stata pubblicata il 27 febbraio 2017 da in Fotografia con tag , , , .
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