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Hanno ucciso l’acqua dolce

lago-poopo BLOG Stop fonti fossili! – Molta acqua dovrà passare sotto i ponti prima che la Terra diventerà un ammasso infernale di rocce senza vita come Venere. Stando a quanto dice la scienza, fra qualche centinaio di milioni di anni l’atmosfera terrestre si sarà trasformata in una cappa densa di anidride carbonica e la temperatura del nostro pianeta si sarà innalzata a livelli tali da portare alla completa evaporazione degli oceani. Ma noi non ci saremo, per dirla con le parole di Francesco Guccini, e dunque l’argomento può interessare i geologi o gli studiosi del deep future, non noi qui ed oggi alle prese con mille problemi.

Tuttavia, molto prima che la sindrome di Venere si materializzi in realtà, potrà accadere che per effetto della siccità in intensificazione l’acqua semplicemente non passerà più sotto i ponti, e questa non gradevole prospettiva dovrebbe invece interessarci eccome. Anche perché, paradossalmente, l’immagine dei fiumi in secca è coerente con il suo speculare opposto, ovvero con l’abbondante acqua che, nello scorso autunno gonfio di piogge che non ha più senso definire eccezionali, abbiamo visto correre via impetuosa sotto i ponti delle nostre città e paesi trascinando implacabile tutto ciò che incontra sul suo cammino.

Troppa, inquinata o troppo poca. In definitiva è tutto qui il problema che abbiamo con l’acqua, o meglio con l’acqua dolce. Se è poca ne soffriamo la mancanza, se è inquinata ci avvelena, se è troppa o cade troppo in fretta provoca danni al suo passaggio e non viene assorbita a sufficienza dal terreno, dilavando ed impoverendo i suoli delle sostanze nutritive che li rendono fertili. Ma soprattutto, quando è troppa non possiamo trattenerla, fugge via veloce spinta dalla corrente, ansiosa di diluirsi con l’acqua salata del mare. In fin dei conti si tratta di qualcosa di simile a ciò che accade con sempre più drammatica evidenza con l’acqua allo stato solido, che fondendo per effetto del riscaldamento globale fa sciogliere i ghiacciai delle calotte polari trascinando in mare centinaia di chilometri cubi di acqua dolce all’anno, tanto da far innalzare il livello dei mari.

Insomma, sembra come se l’acqua salata degli oceani disponesse di una invincibile forza di attrazione gravitazionale che spinge l’acqua dolce presente sulle terre emerse ad unirsi ad essa. Poi, certo, il ciclo dell’acqua con l’evaporazione, la formazione delle nubi e tutto il resto fa sì che l’acqua dolce si riformi, ma se il pattern delle precipitazioni si altera come conseguenza del cambiamento climatico il risultato è, ancora una volta, che l’acqua dolce, anziché infiltrarsi dolcemente nei terreni alimentando le falde, fugge via veloce spinta dalle alluvioni, come accade con sempre maggior frequenza nelle zone temperate, oppure svanisce del tutto, come si verifica nelle fasce sub-tropicali o in molte aree con clima continentale.

Che questo sia il trend possiamo vederlo non tanto dai fiumi, da sempre naturalmente soggetti ad oscillazioni di portata più o meno ampie, quanto osservando ciò che accade ai bacini lacustri, specialmente in certe zone climaticamente fragili. Mi limiterò a tre significativi esempi.

  • Il lago Poopó, sull’altopiano boliviano, con una superficie di 3500 kmq negli anni ottanta, è scomparso dal 2015 per effetto della prolungata siccità delle ultime stagioni. Migliaia di abitanti che ricavavano il loro sostentamento dalla pesca hanno dovuto emigrare.

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  • Il lago Poyang, nella provincia di Jiangxi, il maggior bacino di acqua dolce della Cina, più esteso della Valle d’Aosta, negli ultimi mesi si è quasi completamente prosciugato trasformandosi in un immenso prato verde. Là dove le acque avevano una profondità da 8 a 25 metri, oggi si può camminare.

    poyang

  • Ma il più grande disastro ecologico in fatto di laghi è senza dubbio l’Aral, una volta il quarto lago più esteso del pianeta, ora praticamente cancellato dalle carte geografiche. Qui peraltro il cambiamento climatico ha solo dato il colpo di grazia, perché le cause del prosciugamento vanno fatte risalire allo sfruttamento massiccio delle acque degli immissari per l’irrigazione delle colture intensive di cotone volute dal regime sovietico negli anni ’60. Oggi il lago d’Aral si è trasformato in un deserto di sale contaminato da diserbanti e altre sostanze tossiche che vengono trasportate lontano dalle tempeste di sabbia, aggiungendo alla devastazione degli ecosistemi un pesante impatto sanitario sulle popolazioni locali .

È facile capire come in tutti questi esempi il venir meno dell’acqua dolce è causato da mutamenti del clima che si sommano in maniera sinergica con l’accresciuto fabbisogno idrico delle popolazioni, ricordandoci ancora una volta quanto sia illusorio pensare di combattere il riscaldamento globale con politiche che ignorano la realtà della finitezza delle risorse e non considerano l’impronta ecologica complessiva delle attività umane.

Alluvioni e siccità sono allora due facce della stessa medaglia su cui è inciso lo straziante lamento della natura che reagisce sotto dettatura delle leggi fisiche alle profonde ferite inferte dall’uomo. Sta a noi decidere se riconciliarci con essa o se proseguire imperterriti sulla strada che condurrà la Terra ad assomigliare sempre più a Venere.

Stefano Ceccarelli, Stop fonti fossili!

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Questa voce è stata pubblicata il 23 gennaio 2017 da in Ambiente, Blog con tag , , , , , , , , .
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