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Waiting Girls

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Sowgand ha 16 anni. Si trovava a casa da sola quando i poliziotti sono entrati con un mandato di perquisizione, trovando 250 kg di oppio e 30 grammi di cocaina. Gli stupefacenti appartenevano a suo padre, ma al momento dell’arrivo degli agenti essendo la sola presente, Sowgand è stata arrestata. Per proteggere suo padre ed evitare che andasse in prigione, si è assunta la colpa confessando che gli stupefacenti erano suoi. © Sadegh Souri.

FOTOGRAFIA FPmag – Dieci foto. Tante sono bastate al fotografo iraniano Sadegh Souri per sollevare il sipario su una realtà tanto complessa quanto controversa, e pressoché sconosciuta ai più. Con il reportage intitolato Waiting Girls, l’autore documenta come l’attuale sistema giudiziario iraniano regolamenta la carcerazione femminile nelle prigioni e nei centri di correzione minorile del Paese. Una narrazione sintetica, ben strutturata nelle forme e nei contenuti, che ha colpito profondamente la giuria del World.Report Award | Documenting Humanity 2016, convincendola ad attribuire a Sadegh Souri la vittoria nella categoria Shot Story Award e ad argomentarla con le seguenti motivazioni: «Waiting Girls rappresenta uno straordinario connubio tra la forza di una storia dall’elevatissimo valore giornalistico e una qualità fotografica di livello superiore. L’autore, raccontando un mondo, quello della segregazione carceraria femminile in Iran, ha creato un documento di altissimo valore civile, affrontando una tematica scomoda ed entrando in un contesto difficilissimo da raccontare. Tuttavia lo ha fatto con delicatezza e rispetto nei confronti dei soggetti ritratti, rispettandone la dignità e restituendoci, attraverso il suo stile fotografico, anche momenti di intimità e poesia. Di notevole spessore è anche la trama narrativa presentata che restituisce, senza mai interromperla, una sensazione di sospensione delle vite delle persone fotografate».

Il progetto è stato realizzato nell’arco di una decina di giorni nel distretto municipale di Shahr-e-ziba a Teheran, tuttavia è stato preceduto da una lunga e difficile fase preparatoria, come spiega lo stesso autore nella video intervista e realizzata in concomitanza della visita guidata alla sua mostra ospitata a Lodi, presso Palazzo Barni, in occasione del Festival della Fotografia Etica 2016. Una fase che ha richiesto a Sadegh Souri molta tenacia e altrettanta empatia e sensibilità, rivelando la caratura di questo giovane autore.
Aldilà delle difficoltà riscontrate per riuscire a ottenere i permessi necessari per entrare in un centro di detenzione femminile iraniano, l’autore si è infatti dovuto confrontare con la diffidenza delle recluse. Donne e ragazze, spesso minorenni, dal passato difficile e dal futuro incerto, estremamente restie a farsi fotografare e a raccontare la propria storia. Senza il loro contributo, però, l’intero meccanismo narrativo che sottende
Waiting Girls sarebbe saltato.

Sadegh Souri non si limita infatti a documentare la quotidianità all’interno del centro di detenzione, ma si focalizza sulle singole storie delle ragazze ritratte con l’obiettivo di far emergere tutta l’angoscia che pervade la loro vita di recluse. Anzi, la loro vita sospesa, spesso a tempo indeterminato. Molte di loro si ritrovano infatti prigioniere di una sentenza definitiva che tarda ad arrivare, altre scontano gli effetti di un sistema patriarcale che non permette loro di affrancarsi senza il benestare del padre, dei fratelli o del marito. Altre ancora trascorrono lunghe e penose detenzioni in attesa di essere trasferite altrove o, peggio, giustiziate.
Grazie alle loro storie, e alla capacità del fotografo di riportarle accompagnate da immagini estremamente efficaci sotto il profilo dalla
significazione e della costruzione del senso, è possibile intravedere, con solo dieci scatti, i contorni di un sistema giudiziario diversissimo dal nostro. Un sistema, regolamentato secondo i principi del Diritto Penale Islamico, che sembra abbattersi duramente contro le donne a prescindere da quel che noi possiamo percepire come il reale peso della loro colpa. Ciò rende più labili, ai nostri occhi, i confini che separano le etichette carnefice e vittima, ma allarga a dismisura il portato e il significato della parola colpevole.

Stefania BiamontiFPmag

Galleria fotografica, video intervista a Sadegh Souri, link ai siti del Festival di Fotografia Etica e dell’autore sono visibili qui

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Questa voce è stata pubblicata il 28 novembre 2016 da in Fotografia con tag , , , , , , , .
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