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The Ku Klux Klan

Tennessee. USA, 2015. Una croce viene bruciata al termine del matrimonio di due membri del KKK. Per il KKK la croce simboleggia Gesù Cristo che illumina il loro sentiero (nonostante il gesto di bruciare la croce sia tabù nella maggior parte dei gruppi religiosi cristiani). Nel corso della storia del movimento la croce è stata inoltre bruciata presso le proprietà di afro-americani per intimidirli. © Peter Van Agtmael/Magnum Photos.

Tennessee. USA, 2015. Una croce viene bruciata al termine del matrimonio di due membri del KKK. Per il KKK la croce simboleggia Gesù Cristo che illumina il loro sentiero (nonostante il gesto di bruciare la croce sia tabù nella maggior parte dei gruppi religiosi cristiani). Nel corso della storia del movimento la croce è stata inoltre bruciata presso le proprietà di afro-americani per intimidirli. © Peter Van Agtmael/Magnum Photos.

FOTOGRAFIA FPmag – La mostra The Ku Klux Klan del fotografo dell’agenzia Magnum Photos Peter Van Agtmael, per il suo stesso titolo, è destinata a scatenare immagini apocalittiche nella mente dello spettatore che arrivi al Festival della Fotografia Etica di Lodi per visitare lo Spazio Tematico intitolato Le vite degli altri e sponsorizzato da Fujifilm Italia. Nell’immaginario di chi si occupa a qualche titolo di fotografia, il Ku Klux Klan è probabilmente quello fotografato da Eugene W. Smith in South Carolina nel 1951: individui incappucciati che si riuniscono clandestinamente per dar fuoco a croci nel cuore della notte. Immagini potenti che lasciano una traccia nella memoria di chiunque le abbia viste anche una sola volta. Immagini che fanno tristemente parte della storia della nazione più potente (o di una delle più potenti) del mondo.

Il Ku Klux Klan (conosciuto per un breve periodo anche come Kuklux Klan) deriva il suo nome dal greco κύκλος (kýklos, circolo) unito al termine Klan (gruppo sociale con un progenitore comune, famiglia legata da forti vincoli di solidarietà) e, già nel nome, identifica il senso di superiorità degli appartenenti e di esclusione di chi non ne fa parte. Creato ufficialmente il 24 dicembre 1865 a Pulaski, Tennessee, al termine della Guerra di Secessione da reduci confederati, il gruppo da una parte si proponeva di portare aiuto alle vedove e ai figli dei soldati confederati morti durante la guerra, dall’altra si opponeva a tutte le azioni promosse dal governo federale per un’attenuazione della segregazione razziale e, soprattutto, all’estensione del diritto di voto ai neri. Nel 1869 il generale della cavalleria confederata Nathan Bedford Forrest chiese tuttavia al movimento, che pare avesse raggiunto la considerevole cifra di 550.000 aderenti, di sciogliersi in quanto il crescente uso della violenza veniva meno ai principi per i quali era stato costituito. Tra il 1870 e il 1871 il presidente Ulysses S. Grant firmò il Klan Act e l’Enforcement Act che rendevano il Ku Klux Klan illegale.

Nel 1915 il Ku Klux Klan riprese però vita per opera di William Joseph Simmons, che faceva leva populisticamente sulla condizione delle classi bianche più disagiate convinte che i loro problemi fossero provocati da neri, banchieri ebrei e altre minoranze. La nuova organizzazione, nata per produrre utili, riuscì a esercitare molta più influenza sulla politica statunitense, e segnò il passaggio in direzione del Partito Repubblicano. Alcune fazioni del Ku Klux Klan, come la famigerata Black Legion, si resero protagoniste di episodi particolarmente violenti e di omicidi ai danni di esponenti comunisti e socialisti che favorirono il calo di popolarità della confraternita fino ad arrivare al suo scioglimento ufficiale nel 1944.

Al termine della Seconda Guerra Mondiale il nome Ku Klux Klan è stato preso in prestito numerose volte per sostenere l’opposizione al Civil Rights Movement. Sono queste le fazioni ancora attive, seppur isolate, disperse e divise. Si calcola che attualmente gli aderenti non superino le 5000 unità, per lo più appartenenti a frange dell’estrema destra. I principi che governano il loro operato e credo sono l’opposizione all’immigrazione, l’antisemitismo e l’anticattolicesimo, quest’ultimo solo parzialmente moderato negli ultimi decenni e rideclinato in forma antipapale. Naturalmente, rimane principale la componente razziale che vuole la superiorità dei bianchi sulle altre razze. «Il Ku Klux Klan – si legge nel Credo letto durante le cerimonie di iniziazione – è stato creato per rigenerare il nostro sventurato paese e per riscattare la razza bianca dall’umiliante condizione in cui è stata recentemente precipitata dalla nuova repubblica. Il nostro principale e fondamentale obiettivo consiste nel mantenimento della supremazia della razza bianca in questo paese. La storia e la fisiologia ci insegnano che noi apparteniamo ad una razza che la natura ha gratificato con una evidente superiorità su tutte le altre razze, e che il Creatore…ha inteso affidarci un dominio sopra le razze inferiori… Questa nostra Patria è stata fondata dalla razza bianca e per la razza bianca, e ogni tentativo di trasferire questo controllo sulla nazione a favore di razze inferiori come la negra, va palesemente contro il volere divino e costituisce una violazione della Costituzione… L’uguaglianza sociale dovrà dunque essere bandita per sempre, perché essa rappresenta un passo pericoloso verso l’uguaglianza politica o, peggio, verso i matrimoni misti e la produzione di una sottospecie di bastardi e di degenerati…».

Come detto all’inizio, chi si reca a vedere la mostra probabilmente si aspetta di vedere un resoconto aggiornato delle nefandezze di un’organizzazione che nella sua storia si è macchiata di delitti orrendi. Di fatto Van Agtmael ci racconta con le sue immagini di un gruppo di soggetti con scarsi strumenti per interpretare la situazione sociopolitica attuale e, probabilmente, con tendenze sociopatiche. A rendere improbabili, ancorché potenzialmente pericolosi, i membri dell’attuale Ku Klux Klan sono poi i dettagli riferiti da Van Agtmael, dettagli che sono separati dal ridicolo solo per la loro infinita tristezza. Basti pensare al racconto del matrimonio in Tennesee: «Quando siamo arrivati la sposa e lo sposo si sono recati per il pranzo di nozze da Arby, un ristorante fast food» oppure «Lo sposo indossava un abito bianco e la sposa uno rosso lucido. Hanno drappeggiato il loro cane, Leroy, con una piccola tunica del Klan con attaccato un pezzo di stoffa recante la scritta Potere Bianco. Il matrimonio è stato celebrato in un fienile di fronte a un piccolo tabernacolo. Dopo la breve cerimonia, i partecipanti al raduno hanno festeggiato con una piccola torta comprata al supermercato e si sono diretti nel grande prato per bruciare la croce».
L’aspetto più interessante del progetto di Peter Van Agtmael è sicuramente individuabile nel fatto che il lavoro presentato a Lodi non pretende in alcun modo di essere esaustivo rispetto al discutibile fenomeno rappresentato dal Ku Klux Klan, ma lo inserisce come una tessera all’interno di un mosaico molto più ampio di comprensione e rappresentazione della società americana contemporanea, come ribadisce lui stesso nel video pubblicato su FPmag.

Sandro IovineFPmag

Galleria fotografica, video intervista a Peter Van Agtmael, link ai siti del Festival di Fotografia Etica e dell’autore sono visibili qui

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Questa voce è stata pubblicata il 31 ottobre 2016 da in Fotografia con tag , , , , , .
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