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Un mosaico del nostro tempo

© Massimo Sestini

Operazione Mare Nostrum, salvataggio di naufraghi siriani a bordo di un peschereccio da parte della fregata FREMM Bergamini della Marina Militare al suo primo impiego in questo tipo di operazioni, 5 giugno 2014. © Massimo Sestini.

FOTOGRAFIA FPmagMettere a fuoco le linee direttive di un Festival tematizzato all’insegna dell’etica è sempre un’operazione estremamente difficoltosa. Gli ostacoli da fronteggiare sono molteplici, a partire dalla scarsità di risorse offerte da un paese incredibilmente arretrato sotto il profilo della cultura dell’immagine come l’Italia. A scurire la complessità contribuisce inoltre la linea portante dell’etica applicata alla fotografia. Riesce per questo abbastanza arduo identificare il ruolo di una mostra come quella dedicata a Massimo Sestini all’interno di una manifestazione come il Festival della Fotografia Etica.
Di sicuro è di richiamo il nome dell’autore – più che noto agli addetti ai lavori e non solo –, appena consacrato da un secondo posto nella categoria General News/Singles al
World Prees Photo 2015. E avere un nome di richiamo è fondamentale per chi organizza una manifestazione articolata su più fronti espositivi. Nulla poi si può dire sul valore oggettivo del poliedrico fotografo, capace tanto della più squallida paparazzata, quanto della più raffinata immagine in grado di raccontare con profondissimo spirito giornalistico le tragedie del nostro tempo. La scelta curatoriale ha indirizzato la mostra – presentata all’edizione 2015 nella bellissima sede della Ex Chiesa dell’Angelo – in una direzione tendenzialmente pop che mira a ricostruire uno spaccato di all’incirca un quarto di secolo di storia contemporanea. Colpisce il ripetuto schema che affianca immagini mirate alla presentazione di personaggi più o meno conosciuti al grande pubblico alla documentazione di eventi tragici. Nell’ottica del mosaico realizzato su una base di tessere composite, sicuramente questo induce alla riflessione sulla complessa contemporaneità di avvenimenti e situazioni che la vita reale offre a ognuno di noi quotidianamente, anche se spesso non ce ne rendiamo conto. Quello che ne emerge è un quadro complessivo la cui deliberata frammentarietà sembra riflettere abbondantemente la struttura di un telegiornale contemporaneo, in cui il gossip più inutile si affianca senza soluzione di continuità alla cronaca di eventi di ben altro spessore tragico, spesso impreziositi da cadaveri, non visibili, più o meno eccellenti. Personalmente sono perplesso al cospetto di ritratti posati come quelli di Gianluca Rana immerso tra i tortellini in una lussuosa vasca o di Francesco Mutti che emerge sorridente, indossando occhialini da nuoto, tra i pomodori pelati. Il livello di pensiero espresso da costruzioni iconiche così retoriche da sfiorare il pleonasmo attraverso l’allusione alle attività industriali di famiglia non merita, a mio avviso, commento. Sono certo però che immagini di questo tipo contribuiscano a formare una linea di pensiero collettiva prossima al ground zero, ancorché di evidente efficacia… commerciale se, come accade, viene perseguita ormai da decenni da gran parte dell’editoria.
Con questo non intendo certo criticare l’autore, che al contrario ha svolto il suo lavoro come sempre in modo impeccabile, rispondendo pienamente alla sua committenza. Di una
riflessione tuttavia sono debitore in ogni caso e a prescindere a questa mostra. Provo a spiegarmi. Arrivato alla fine della visita sono stato particolarmente colpito dal sintetico spaccato del nostro tempo offerto dalla sequenza finale di tre immagini. Queste raffigurano, nell’ordine, Matteo Salvini nel letto a dorso nudo con cravatta verde Padania, il cimitero dei barconi usati dai migranti ripreso dall’elicottero a Lampedusa e l’immagine dell’imbarcazione stracolma di migranti ripresa, sempre dall’alto, al largo delle coste libiche e premiata al WPP 2015. Si tratta, a mio avviso, di un trittico che costituisce un accostamento potente, ardito forse, il cui inserimento nelle linee guida del Festival può portare a riflessioni totalmente arbitrarie e opposte per senso. Il concetto stesso di etica infatti è, tanto sul piano diacronico quanto su quello sincronico, mutevole e variabile per sua stessa natura. Risulta infatti sottoposto a valutazioni individuali dettate dal contesto ideologico all’interno del quale, l’epoca con i suoi pregiudizi od ognuno di noi nella sua intangibile individualità, può decidere di collocare l’idea stessa di etica. A dimostrazione ancora una volta della labilità dell’immagine fotografica intesa come linguaggio e non salvabile, in questo caso, nemmeno dall’ancoraggio offerto dalla didascalizzazione.

Sandro IovineFPmag

Galleria fotografica, link ai siti del Festival di Fotografia Etica e dell’autore sono visibili qui

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Questa voce è stata pubblicata il 5 settembre 2016 da in Fotografia con tag , , , , .
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