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Codice Rosso per Gaia

TerraBLOG Stop fonti fossili! – Come sappiamo, la febbre non è di per sé una malattia, ma il sintomo di una reazione infiammatoria conseguente ad un’aggressione dell’organismo da parte di agenti patogeni. La febbre è dunque ad un tempo meccanismo di difesa e campanello d’allarme. Essa regredisce spontaneamente quando l’invasione dei microrganismi infettanti viene debellata, ma se l’infezione non cessa la temperatura corporea resterà alta ed eventualmente salirà ancora, fino a che l’alterazione prolungata dei meccanismi naturali di termoregolazione provocherà gravi conseguenze quali disidratazione, difficoltà respiratorie, convulsioni, insomma una serie di reazioni a catena che condurranno prima o poi alla morte del paziente.

Quando parliamo di “febbre del pianeta” per indicare il riscaldamento globale da cui è afflitta la Terra normalmente non ci spingiamo oltre nel parallelismo con quanto accade nell’organismo umano febbricitante. Per ovvi motivi. Eppure la Terra non è un pianeta qualsiasi. La Terra, secondo la brillante intuizione di James Lovelock, è Gaia, il pianeta vivente, nel quale l’armoniosa interazione fra le sue componenti fisiche (oceani, atmosfera, terre emerse) e fra ciascuna di esse e la biosfera presente al loro interno ha generato nel corso delle ere geologiche quella meravigliosa omeostasi che ha sinora garantito l’equilibrio e la relativa stabilità del sistema e delle sue funzioni di supporto. Pur con tutti i limiti di un approccio che tende a sfociare in un vitalismo antiscientifico (l’ipotesi Gaia, formulata per la prima volta nel 1979, ha al suo interno parecchie suggestioni mitologiche), è sensato, ed anche bello, pensare al nostro pianeta come una sorta di meta-organismo vivente in cui ogni suo organo agisce non per sé stesso ma con il fine ultimo di perpetuare l’esistenza del sistema al suo livello più alto. Questa idea, peraltro, ci aiuta a volere più bene alla Terra e a proteggerla, e nel contempo a sentire noi stessi come una delle tante parti di essa e non come i suoi predatori.

In quest’ottica, la febbre di Gaia rappresenta un segno clinico palpabile di un’alterazione fondamentale degli equilibri vitali terrestri quale è l’aumento senza precedenti delle concentrazioni atmosferiche di CO2 e degli altri gas serra, avvenuto in un tempo così rapido da mandare in tilt i meccanismi di omeostasi che avrebbero altrimenti potuto poco a poco riequilibrare il sistema. Ma se la diagnosi – che andremo ad approfondire più avanti – è tutto sommato agevole, non altrettanto lo è la prognosi, a causa dell’incertezza sullo stadio della malattia e dell’insorgenza concomitante di una serie di complicanze.

Purtroppo, negli ultimi mesi i risultati di alcuni esami clinici e di laboratorio hanno messo in allarme i medici accorsi al capezzale del paziente: accanto ad un improvviso ulteriore rialzo termico (i dati pubblicati dalla NASA sulla temperatura media di febbraio hanno lasciato attoniti i climatologi, fra i quali c’è chi si è spinto a parlare di emergenza climatica), è stata rilevata una ulteriore contrazione della superficie del ghiaccio artico e un’impennata nell’aumento delle concentrazioni di CO2, cresciute di ben 3,76 ppm da febbraio 2015 a febbraio 2016 contro una media di circa 2,5 ppm l’anno del decennio precedente. Quest’ultimo aumento, peraltro, non è coerente con i dati sulle emissioni antropogeniche misurabili dovute alla produzione di energia e all’industria, che sembrano non crescere più da almeno due anni. A cosa è dovuto allora questo peggioramento inatteso dei parametri chiave di Gaia? Forse prelude ad un aggravamento delle sue condizioni generali di salute? Il consulto medico è in corso e il bollettino ufficiale non è stato ancora diramato, ma tutto lascia pensare che si stia assistendo ad un indebolimento generale del sistema immunitario del paziente, che appare non essere più in grado di fronteggiare adeguatamente gli stress prolungati causati dall’infezione e dalla febbre che ne è conseguita.

Sì, perché il quadro clinico non si limita alla piressia indotta dalle tossine (i gas serra) rilasciate direttamente dagli agenti patogeni, ma comprende una moltitudine di effetti nocivi causati dall’interferenza della popolazione in crescita dei microbi infettanti con i flussi di energia e materia fra i diversi tessuti di cui l’organismo è composto. La virulenta, prolungata aggressione che ha colpito Gaia ha infatti generato serie complicanze che vanno sotto il nome di deforestazione, agricoltura intensiva, inaridimento dei suoli, desertificazione, degrado delle torbiere e delle zone umide, scioglimento del permafrost, perdita di fitoplancton oceanico, tutti fenomeni che alterano pesantemente il ciclo del carbonio facendo sì che quell’Organismo che fino a poco tempo fa era una formidabile, instancabile macchina vivente acchiappa-carbonio è ora diventato esso stesso un emettitore di gas serra in atmosfera, con il risultato di una temibile amplificazione dello stato febbrile. E purtroppo non si tratta solo di un’ipotesi diagnostica, giacché c’è ora una autorevole evidenza sperimentale in tal senso. Appare insomma sempre più chiaro che la capacità di Gaia di assorbire e metabolizzare le tossine in eccesso è ora seriamente compromessa a causa dell’aggravarsi delle sue condizioni di salute.

Dunque, quale terapia per Gaia? Come eradicare l’infezione che la sta distruggendo? Esistono antibiotici sufficientemente efficaci da debellare l’invasione dei germi patogeni, o dobbiamo limitarci a controllarne i sintomi e ad abbassare la febbre? E in questo caso, è possibile individuare antipiretici ad hoc nell’armamentario farmacologico a nostra disposizione?

Si pone a questo punto un serio problema narrativo: se vogliamo proseguire oltre nella suggestiva metafora Terra=Gaia, si aprono dinanzi a noi due scenari. Nel primo, l’infezione non trattata si acuisce (del resto, si è mai vista una popolazione in crescita di microbi parassiti che di punto in bianco smette spontaneamente di moltiplicarsi e di banchettare ai danni dell’organismo ospite?) e degenera con una serie di eventi a cascata fino a determinare la morte prematura del paziente. Naturalmente, questo esito infausto non può che accompagnarsi con l’autodistruzione dei germi patogeni della specie Homo sapiens, a cui verrà fatalmente a mancare ogni supporto vitale. Il secondo scenario è invece fausto per Gaia, che seppure in condizioni precarie potrà sopravvivere ancora a lungo, ma ugualmente funesto per gli umani infettanti: è ciò che potrà accadere se opportuni agenti killer quali guerre, carestie, siccità epocali e/o penurie di vario genere saranno in grado di annientare la popolazione di germi.

Conviene allora, narrativamente parlando, accantonare l’ipotesi Gaia e confidare che gli stessi microbi che hanno condotto la Terra sull’orlo di un coma irreversibile siano in grado di evolversi rapidamente in dotti medici e di guarirla usando le armi dell’intelligenza.

Che poi è ciò che, in definitiva, ci rende diversi dai microbi.

Stefano Ceccarelli, Stop fonti fossili!

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Questa voce è stata pubblicata il 1 agosto 2016 da in Ambiente, Blog con tag , , , , , .
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