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Terra Vermelha

Terra Vermelha © Nadia Shira Cohen 2015

La tomba di Delsio Barbosa nel ranch di St. Elena, dove è stato ucciso sul colpo mentre pescava lungo il confine tra la fattoria e la riserva Teykue. Il proprietario del ranch sostiene che il ragazzo stava oltrepassando il confine e dall’incidente vive libero in una città vicina senza aver subito alcun provvedimento giudiziario. Mato Grosso do Sul, Brasile, marzo 2013. © Nadia Shira Cohen 2015.

FOTOGRAFIA FPmag – È una situazione estremamente complessa e delicata quella illustrata dai coniugi Nadia Shira Cohen e Paulo Siqueira attraverso il lavoro Terra Vermelha, esposto al Festival della Fotografia Etica di Lodi presso l’Ex Chiesa di San Cristoforo nell’ambito dello Spazio Tematico: il cibo che uccide. Il progetto conduce il visitatore nel cuore del Brasile, mettendolo di fronte a un conflitto sanguinoso che, ormai da anni, vede contrapposti il popolo indigeno dei Guaraní e alcuni ricchi allevatori di bestiame. Al centro dello scontro, i diritti su alcune terre nello stato del Mato Grosso do Sul, da sempre appartenute ai Guaraní, ma via via di fatto espropriate (anche se in via non ufficiale) per permettere agli allevatori locali di far pascolare il bestiame e di moltiplicare le proprie entrate e, con esse, quelle del Paese. Un vero e proprio affronto per la popolazione indigena, che si è vista così sottrarre l’eredità di queste terre nonostante il loro possesso fosse un loro diritto sancito, siglato e ratificato anche dal Funai (Fundação Nacional do Índio). Un susseguirsi di leggi ambigue e mai applicate, unito all’assordante silenzio che ancora oggi circonda la questione, ha poi fatto il resto, scontentando tutti e determinando l’inasprirsi dello scontro. Come spiegano i due autori «i ricchi allevatori, le cui famiglie sono state incoraggiate dal governo brasiliano a insediarsi nelle stesse terre negli anni Novanta, non hanno finora ricevuto alcuna compensazione dal governo in carica. Non si sono arresi senza combattere. Hanno assunto guardie armate private, molte dal Paraguay, che prima premono il grilletto e poi fanno domande, poi spariscono attraversando facilmente il confine o comunque andando incontro a poche sanzioni penali, a causa di un sistema giudiziario corrotto e mal funzionante. Considerato che la terra degli antenati, pur coprendo poco più del 12% del Brasile, risulta essere tra le aree più fertili dal punto di vista agricolo e più ricche di depositi minerari dell’Amazzonia, nei prossimi anni la lotta diventerà sempre più aspra, mentre il Paese, sullo sfondo, continuerà verso l’obiettivo di diventare una superpotenza economica mondiale».
Un lavoro che prova, quindi, a riannodare i fili di un contenzioso di difficile risoluzione e dalle prospettive allarmanti, con immagini dall’impianto deciso e dalle tonalità estremamente cupe, che ben si prestano al tipo di narrazione proposta. Chi paga il prezzo più alto in questa ingarbugliata vicenda sono infatti i Guaraní, che vedono languire nel vuoto normativo vigente – se non soffocare nel sangue – ogni tentativo di rivendicazione sulle terre da sempre appartenute ai propri antenati. Ed è proprio su questa popolazione indigena che si concentra maggiormente il lavoro dei due autori, restituendoci un ritratto composito capace di rispettarne la complessità e di raccontarci le drammatiche conseguenze di questa situazione. Oltre a suggerirci, tra le righe, come troppo spesso il termine indigeno rischi di divenire sinonimo di popolo di serie B, determinando le sorti di un’intera comunità a cui, di fatto, spetterebbero gli stessi diritti e la stessa considerazione di tutte le altre.

Stefania BiamontiFPmag

Galleria fotografica, link ai siti del Festival di Fotografia Etica e dell’autore sono visibili qui

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