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I giorni del furore

I giorni del furore - © Valery Melnikov

Civili in fuga dall’incendio di una casa distrutta da un attacco aereo nel villaggio di Luhanskaya. © Valery Melnikov

FOTOGRAFIA FPmag – Lo spaccato offerto dalla sezione espositiva Uno sguardo sul mondo – composta da cinque mostre allestite nelle sale di Palazzo Modignani allo scorso Festival della Fotografia Etica di Lodi – non restituisce un quadro rassicurante dell’attuale situazione globale. Si tratta di un affresco parziale, certo, che non stupisce in assoluto, ma certamente preoccupa. Sappiamo infatti bene come discriminazioni, ingiustizie e prevaricazioni di vario tipo siano all’ordine del giorno in moltissimi Paesi del mondo, anche in quelli che si è di norma portati a considerare come scevri da certe problematiche, e basta leggere i giornali di tanto in tanto per scoprire come per molte persone le difficoltà legate all’emersione di una profonda crisi economica nazionale o, peggio, all’instaurarsi di uno stato di guerra divengano improvvisamente parte dell’esistenza quotidiana. Un’esistenza che viene tutto a un tratto stravolta, strappata dal suo normale e più o meno pacifico fluire per essere gettata nel baratro della paura e dell’imponderabile. È questo ciò che colpisce di più guardando nell’insieme i lavori esposti a Palazzo Modignani: la strisciante sensazione di non essere mai veramente al sicuro. La latente consapevolezza che ovunque le cose potrebbero improvvisamente precipitare, anche nel nostro Paese, virando verso orizzonti che difficilmente riusciamo a immaginare nel confort delle nostre case e dei nostri affetti.
Black Days of Ukraine di Valery Melnikov racconta proprio questo. Scorrendo le sue immagini si ripercorrono i giorni più duri e sanguinosi vissuti dalla popolazione di Luhansk, tranquilla città dell’Ucraina sud-orientale divenuta, suo malgrado, un centro di rilevanza strategica per le operazioni militari poste in essere dal conflitto tra i separatisti e le autorità ucraine ufficiali. Un conflitto caratterizzato da una tensione crescente e, come era facile prevedere, mutato ben presto in una vera e propria guerra. Nell’estate 2014, ciò ha trasformato l’intera regione in cui si trova questa cittadina in una zona calda e, come spesso accade in questi casi, a pagare il prezzo più alto di questa metamorfosi è stata la gente comune. “La popolazione civile”, racconta Melnikov, “ha dovuto sopravvivere senza acqua ed elettricità sotto bombardamenti giornalieri. Ogni giorno poteva essere l’ultimo. Ci sono sempre almeno due schieramenti armati che combattono in ogni guerra. Essendo un fotogiornalista, il più importante degli schieramenti per me era il terzo: la gente comune. La catastrofe è entrata inaspettatamente nelle loro vite. Queste persone sembravano partecipare al conflitto militare contro la loro volontà. Hanno vissuto le esperienze più terribili: la morte di amici e parenti, case demolite e vite di migliaia di persone distrutte. Secondo il Servizio di Migrazione Federale più di 900.000 cittadini ucraini risultano sfollati. Il destino di chi rimane è quello di vivere ogni singolo giorno come se fosse l’ultimo”.
Se sullo sfondo del lavoro di
Melnikov, saturo di colori, paura e violenza, si snodano quindi alcune delle fasi più cruente di un conflitto ormai tristemente noto e, purtroppo, tutt’altro che risolto, in primo piano si affaccia lo sgomento e la disperazione di chi aveva forse odorato un disastro imminente, ma fino all’ultimo aveva sperato, e forse pregato, che quel tetro sentore non attecchisse. Che quell’oscuro presagio non si avverasse.

Stefania BiamontiFPmag

Galleria fotografica, link ai siti del Festival di Fotografia Etica e dell’autore sono visibili qui

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Questa voce è stata pubblicata il 29 marzo 2016 da in Fotografia, Senza categoria con tag , , , , , , .
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