Slow Revolution

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Terra Madre

carlo petrini terra madreLIBRI RecensioneAvete sostituito la vostra vecchia auto con un nuovo modello, magari a gas? Se avete scelto bene avete ridotto del 20% circa l’impatto che producete nel muovervi. Considerato che secondo i dati dell’Ipcc, l’ Intergovernmental Panel on Climate Change (Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico) il trasporto incide per il 13,1% sulle emissioni totali di gas serra, la sostituzione della vettura ha ridotto la vostra impronta soltanto per il 2,6%. È un primo passo, ma non basta. Un spunto per compiere un ulteriore passo nel cammino verso la vostra eco compatibilità lo trovate in Terra Madre, libro pubblicato nel 2010, ma ancora oggi valido strumento per orientarsi nel mondo dell’alimentazione.

Le comunità del cibo di Terra madre
Il libro inizia con il racconto dall’esperienza di
Terra Madre, la rete internazionale delle comunità del cibo nata nel 2003 che promuove una cultura alimentare sostenibile e a tutela della biodiversità. Un progetto che ha dato vita alle omonime rassegne e al quale aderiscono non solo agricoltori e allevatori, ma persone dell’intera filiera del cibo, dai cuochi ai docenti universitari, dai gastronomi ai consumatori finali che partecipano attraverso l’acquisto ai mercati della terra o presso i gruppi di acquisto solidali. In realtà, la storia di Terra Madre è soltanto lo spunto per fornire un’analisi sociale, economica e politica del comparto agroalimentare partendo dalla critica del sistema attuale e arrivando alla “terza rivoluzione industriale”. La rivoluzione, “che preferiamo chiamare conversione verde, sarà quella dell’energia pulita e sostenibile e partirà dalle campagne, perché l’agricoltura costituisce l’unica attività umana basata sulla fotosintesi”.

Le colpe dell’industria alimentare
Il ribaltamento della cultura del cibo parte dallo
smantellamento dell’attuale sistema industriale che da un lato “è riuscito a non nutrire quasi un miliardo di affamati che continuano ad aumentare e dall’altro ha creato nuove pandemie planetarie come l’obesità e il diabete, che affliggono quasi due miliardi di persone”. Se a tale contraddizione aggiungiamo i costi sociali, sanitari e all’ecosistema dovuti alla cultura intensiva “non possiamo che concludere che in questo modello di sviluppo c’è assai poco di virtuoso”. Carlo Petrini, l’autore, è un signore e usa termini delicati, ma a leggere bene le sue parole ne esce un quadro che definire “poco virtuoso” è un eufemismo. Nell’ultimo secolo l’industria del cibo ha provocato l’estinzione dell’80,6% della varietà di pomodori, del 92,8% di insalata, dell’86,2% di mele, del 90,8% dei mais e del 96,1% dei mais dolci. Ma non è solo la biodiversità a pagare il conto. I terreni sono stati “mangiati” dalla dose massiccia di pesticidi e fertilizzanti fino a compromettere la fertilità del suolo, i contadini dall’industrializzazione che ha falcidiato l’occupazione (negli Usa i lavoratori della terra erano più di 24 milioni nel 1990 e meno di 3 milioni nel 1990). Non solo. Il sistema della grande distribuzione ha imposto prezzi non adeguati al sostentamento di piccoli e medi produttori di qualità provocandone, di fatto, l’esclusione dal mercato.

Gli sprechi e le responsabilità delle istituzioni
Il tutto è stato fatto in nome dell’
emergenza alimentare, della promessa di eliminare la fame dal Pianeta. Obiettivo non solo non raggiunto, ma aggravato. Eppure “secondo i dati Fao al mondo si produce cibo per 12 miliardi di persone, ma continuiamo a volere produrre di più”. In realtà aumentano, con i profitti delle multinazionali alimentari, soltanto gli sperperi. In Italia sprechiamo ogni anno 1,46 milioni di tonnellate di cibo, nel Regno Unito 6,7 (33% del disponibile), negli Usa 25,9 con alcuni Stati che buttano nella pattumiera più del 50% degli alimenti prodotti. Una montagna di rifiuti ai quali si aggiungono la plastica, il polistirolo e gli altri materiali dei contenitori che rendono necessarie discariche sempre più grandi e inceneritori costoni. non sempre a basse emissioni. Un impatto ambientale sul Pianeta accresciuto dal rilascio di inquinanti dell’industria, dall’enorme sistema di trasporto generato dalla distribuzione dei prodotti livello globale, dagli elementi chimici che penetrano nel terreno fino alle falde acquifere. Il tutto per avere cibi di scarsa qualità aromatizzati da “cinque ditte che di fatto monopolizzano la produzione mondiale di questi additivi, presenti tanto nel nostro cibo come nei profumi di marca”, e sementi, come il Terminator “progettato per riprodursi e dare un solo raccolto, in modo da impedire che i coltivatori possano rigenerare autonomamente i semi di anno in anno”.

La rivoluzione contadina
Eppure la soluzione esiste, ed è semplice: seguire il
modello di Terra Madre, delle comunità locali con i suoi piccoli coltivatori e allevatori che praticano un’agricoltura sostenibile e di qualità da destinare ai mercati limitrofi all’azienda a prezzi giusti per il produttore e il consumatore. I vantaggi delle economie alimentari locali sono innumerevoli: difesa delle colture e culture autoctone, salvaguardia della biodiversità, minor spreco di risorse naturali e produzione inferiore di rifiuti, ridotto impatto ambientale, sostentamento delle economie e della sussistenza locale. Il tutto nel rispetto della terra, della stagionalità dei prodotti, dei lavoratori, dei consumatori e della loro salute. E pure con una minore intermediazione della distribuzione che consente di mantenere bassi i prezzi alimentari e con la produzione di energia da biomasse che favorisce l’abbattimento delle emissioni climalteranti.

I paradossi dell’attuale sistema
Oltre a fornire la “ricetta” per un sistema agroalimentare sostenibile,
Carlo Petrini fa emergere anche alcuni paradossi della società moderna. Il primo riguarda l’agricoltura biologica, naturale e tradizionale per definizione, che però deve pagare per certificarsi mentre quella industriale è definita “normale” ed è sovvenzionata dagli Stati. Il secondo concerne il mercato: quello agricolo probabilmente è l’unico nel quale a decidere il prezzo e cosa produrre non sono i produttori (i contadini), ma la grande distribuzione. Il terzo è forse il più assurdo. A favorire l’attuale economia alimentare industriale sono spesso le istituzioni internazionali che dovrebbero operare per un mondo più equo e sostenibile. “È gravissimo”, afferma Petrini, “che istituzioni come il WTO (l’organizzazione mondiale del commercio, ndr) siano le principali responsabili di accordi multilaterali che favoriscono i Paesi più ricchi rispetto a quelli più poveri. Queste pratiche vanno dichiarate illegali e considerate una violazione dei diritti dell’uomo”. L’autore si limita a citare un organismo, ma l’elenco è assai più lungo e include, ad esempio, la Fao (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura), gli USA e l’Unione Europea. Comportamenti che, insieme alla guerre per il reperimento delle risorse naturali, provoca le migrazioni delle popolazioni povere verso gli Stati del Nord del mondo che, però, si rifiutano di accogliere.

L’esigenza di alleanze per una conversione verde
Se
Terra Madre ha il grande merito di fornire un’analisi esaustiva sugli attuali processi alimentari e sulle soluzioni per superarne le problematiche, il libro ha il limite di avere una visione piuttosto univoca. Affermare che la “terza rivoluzione industriale” sarà fatta dai contadini è, a mio avviso, vero solo in parte in quanto per una reale conversione verde della società è necessario l’impegno di più settori. Sinceramente credo che Petrini ne sia più che consapevole, tanto da rimarcare più volte l’importanza dei co-produttori (i consumatori) cittadini nel favorire la rivoluzione dei contadini. E il fatto che abbia escluso dal proprio saggio diversi comparti è probabilmente da imputare alla volontà di mantenere l’attenzione sull’aspetto agroalimentare. Ma è indubbio che la “rivoluzione” deve coinvolgere tutti gli altri comparti, dall’abbigliamento al turismo, dalla mobilità all’edilizia. A cambiare dovrebbero essere gli stessi processi produttivi con soluzioni pensate non solo a ridurre uso di sostanze e procedimenti inquinanti, ma pure progettando oggetti facili da riciclare o da smaltire naturalmente. Concludo ricordando che al volume è allegato un DVD con interviste effettuate durante Terra Madre 2008 di Torino che offrono una simpatica panoramica dei concetti espressi nel libro.

Autore
Fondatore del movimento culturale Slow Food e ideatore di Terra Madre, si occupa di enogastronomia su quotidiani e periodici e della cura di guide al vino. Insignito dei premi Communicator of the Year Trophy della IWSC (International Wine and Spirit Competition) e Sicco Mansholt dell’omonima fondazione olandese, è stato inserito da “Time Magazine” tra gli “Eroi nel nostro tempo” nella categoria “Innovator”. Autore di diversi libri, tra i quali “Buono, Pulito e Giusto. Principi di una nuova gastronomia” e “Slow Food Revolution”.

Scheda
Autore: Carlo Petrini
Titolo: Terra Madre – Come non farci mangiare dal cibo
Pagine: 224
Immagini: no
Prezzo: 18 euro (201
6)
Editore: Giunti – Slow Food Editore
Anno: 2009
Sito:
www.giunti.it, slowfoodeditore.it

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