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La decrescita felice

la-decrescita-felice-nuova-edizione-2011_140LIBRI Recensione – “Lo yogurt prodotto industrialmente e acquistato attraverso i circuiti commerciali, per arrivare sulla tavola dei consumatori percorre da 1200 a 1500 chilometri, costa 5 euro al litro, viene confezionato al 95 per cento in vasetti di plastica quasi tutti monouso, raggruppati in imballaggi di cartoncino, subisce trattamenti di conservazione che spesso non lasciano sopravvivere i batteri da cui è formato. Lo yogurt autoprodotto (…) non deve essere trasportato, non richiede confezioni e imballaggi, costa il prezzo del latte, non ha conservanti ed è ricchissimo di batteri”. Quale è la soluzione realmente migliore per il benessere umano? Per l’attuale visione economica è certamente la prima poiché genera un incremento del PIL, il Prodotto interno lordo globalmente utilizzato per valutare l’andamento dell’economia e, più in generale, della società. Per Maurizio Pallante certamente la seconda perché, pur facendo “decrescere” il PIL, consente di avere un bene di maggiore qualità a un prezzo inferiore e, soprattutto, riduce in modo consistente la necessità di petrolio per trasporto e produzione di contenitori, elimina quasi del tutto i rifiuti e dà un bel taglio alle emissioni di CO2 e inquinanti. In pratica, andando contro la convinzione comune, l’autore afferma che la qualità della vita aumenta al diminuire dell’indicatore economico. Si tratta, per la verità, di una posizione condivisa da tempo da una minoranza di economisti, politici e intellettuali che ha come principali pensatori il rumeno Nicholas Georgescu-Roegen, fondatore della economia ecologica, e il filosofo francese Serge Latouche.

Sobrietà e autoproduzione i segreti della felicità
Pregio del volume,
primo di una serie scritti da Pallante sul tema della decrescita, è di non limitarsi alla critica della rincorsa alla crescita del PIL, ma di individuare soluzioni concrete per perseguire la “decrescita felice”. Semplificando all’estremo, Pallante propone sobrietà (da non confondersi con rinuncia) e autoproduzione. Con il primo termine rifiuta in toto il consumismo moderno e asserisce la riduzione dell’uso di “merci che comportano utilità decrescenti e disutilità crescenti, che generano un forte impatto ambientale, che causano ingiustizie sociali”. In altre parole, auspica l’acquisto delle merci in funzione dei bisogni reali e non indotti da pubblicità o moda. Con il secondo incita a “produrre beni o fornire servizi alla persona che in genere vengono delegati a pagamento” come, ad esempio, l’assistenza agli anziani o ai figli nei primi anni di vita. Comportamenti che riducono la necessità di denaro e incrementano la qualità dell’esistenza. E che sono più facili da perseguire di quanto si pensi. Basta un esempio per chiarire: “una famiglia di quattro persone spende ogni anno da 320 a 720 euro e fa bruciare almeno 32 litri di combustibili fossili per bere acqua in bottiglie di plastica invece dell’acqua potabile che sgorga dal rubinetto”.


La “paura” di sbarazzarsi del PIL
Se il ragionamento generale è condivisibile, lo sono meno alcuni fattori. Ritengo, ad esempio, facilmente confutabile da un buon docente di sociologia politica l’analisi sul “progresso” o un po’ semplicistica (forse volutamente) l’esame della società nel suo complesso. Se mettersi in coda per ore in auto per andare al lavoro è poco sensato, non è detto che le alternative siano facili da percorrere come dimostra il 69% degli italiani che a una ricerca Censis hanno dichiarato che rinuncerebbero volentieri all’auto se solo ne avessero l’opportunità. Si tratta comunque di dettagli marginali che non incidono sulla struttura complessiva del pensiero di Pallante. Il vero limite, almeno per chi scrive, è che l’autore non riesce a distaccarsi dal P
IL. Intelligentemente Pallante individua con precisione i limiti dell’indicatore economico ed esplica il “non senso” di perseguirne la crescita, ma non riesce a sbarazzarsene. La sua teoria, auspicando la “decrescita” del PIL, si fonda inevitabilmente sullo stesso indice. Ne deriva che la decrescita del PIL non sempre corrisponde esattamente con il miglioramento della qualità della vita. Ad esempio, se lo Stato decide di piantare un milioni di alberi si ottiene un aumento simultaneo del PIL e della qualità ambientale e individuale. Viceversa, se il Governo taglia i fondi per la raccolta differenziata dei rifiuti ne deriva un peggioramento generale della società e una riduzione del PIL. Quel che importa, quindi, è la “qualità” degli interventi che incidono sul Prodotto Interno, non la sua crescita o decrescita.

Alternative di nome Isew e GPI
Condividendo con l’autore l’inadeguatezza del P
IL come misuratore, ritengo quindi più sensato superare il suo concetto e sostituirlo con altri più efficaci, quali Isew (Index of Sustainable Economic Welfare, indice di benessere economico sostenibile) o GPI (Genuine Progress Indicator, indicatore del progresso genuino), che considerano nel computo economico anche il degrado ambientale o i servizi da lavoro domestico. Una scelta che, probabilmente, sarebbe anche più efficace nel convertire l’attuale stile di vita occidentale che sta degradando l’ecosistema del mondo e, sinceramente, anche la felicità individuale e collettiva. Perseguire la decrescita del PIL, infatti, presuppone una conversione a 360° del pensiero occidentale, ottenibile, forse, solo dopo diversi decenni. Al contrario, l’adozione di un indice differente non comporta nessun cambiamento mentale (l’uomo continuerebbe a perseguire la crescita), ma orienterebbe la società e gli individui verso un benessere più autentico piuttosto che presunto.


Rimane un punto di riferimento
Pur nella discordanza di visione nella risoluzione da adottare, “La decrescita felice” rimane un punto di riferimento importante per capire i limiti del P
IL e dell’odierna impostazione economica e sociale. Non solo. È una ricca risorsa di suggerimenti utili per orientare i nostri comportamenti su posizioni più compatibili con l’ambiente e con la ricerca della felicità. Non è un caso che dal 2005, anno di pubblicazione, abbia riscosso un notevole successo editoriale arrivando in pochi anni a diverse ristampe e al rilascio di una nuova edizione con quattro nuovi capitoli dedicati alla città, al consumo di carne, alla finanza e alla crescita della popolazione mondiale.

L’autore
Maurizio Pallante si occupa di politica energetica e di tecnologie ambientali. Autore di diversi libri, è presidente del Movimento per la decrescita felice. Collabora con giornali e periodici


Scheda
Autore: Maurizio Pallante
Titolo: La decrescita felice – La qualità della vita non dipende dal P
IL
Pagine: 1
74
Immagini: no
Prezzo: 1
5(2015)
Editore: Editori Riuniti
Anno: 2005 (
nuova edizione 2011)
Sito:
www.librigei.com, www.decrescitafelice.it

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Questa voce è stata pubblicata il 6 luglio 2015 da in Libri con tag , , , , , , , .
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